Il problema dell'uso di un “linguaggio inclusivo”, o meglio del “non-uso”, è sempre molto attuale; specialmente nelle piattaforme che annoverano le opinioni di tante persone. È un dato di fatto che la stampa abbia modificato il proprio stile di scrittura, in favore di nuovi termini forgiati proprio per l'utilizzo del linguaggio inclusivo.

Riconosco molto importante l'evitare termini che descrivono un concetto negativo, quando non necessario!

 

Partiamo da una considerazione fondamentale: il linguaggio, nel senso stretto di “parole utilizzate”, può essere molto pericoloso! Ce lo insegna addirittura la Bibbia, nel libro del Siracide (capitolo 28, versetti 17-18):

«Un colpo di frusta produce lividure,
ma un colpo di lingua rompe le ossa.
Molti sono caduti a fil di spada,
ma non quanti sono periti per colpa della lingua.»

È chiaro che questo concetto valga non solo per le Sacre Scritture, ma per qualsiasi utilizzo della lingua!

 

La comunicazione ha delle regole

Il paradigma della comunicazione è stato proposto da due scienziati, Claude Shannon e Warren Weaver. Questo modello fu poi integrato da Wilbur Schramm, con un elemento importantissimo: il feedback.

Attraverso questo semplice diagramma di flusso, elaborato nel lontano 1949, è facile comprendere i vari elementi essenziali della comunicazione: sorgente, ricevente, messaggio, canale, codifica, decodifica. In questo schema possiamo collocare il linguaggio negli elementi della codifica e della decodifica. Da qui la chiara necessità che il codice deve essere condiviso!

La condivisione del codice è, dunque, un elemento chiave della comunicazione. Ma con questa condivisione non si intende semplicemente parlare la stessa lingua, bensì condividere un “codice linguistico - culturale” che permetta al mittente di inviare un messaggio, e che sarà correttamente interpretato e compreso dal destinatario.

Ecco che la lingua diventa lo specchio del cambiamento sociale: lo schwa ne è un esempio lampante.

I primi tentativi di linguaggio inclusivo, che provano a superare “l'idioma di genere”, si hanno con l'uso scritto dell'asterisco. In realtà non fu un'invenzione propriamente innovativa... si potrebbe infatti fare riferimento al vecchio “DOS” (il sistema operativo dei primi Personal Computer, spesso ricordato nell'edizione Microsoft “MS-DOS”), poiché l'asterisco rappresentava il significato di “tutto”. Il comando "copy *.*", ad esempio, significava "copia qualsiasi file con qualsiasi estensione".

Qualcuno ha anche provato a sostituire l'asterisco con un trattino “-”, ma la vera rivoluzione si ha quando si sceglie lo schwa, una vocale centrale media che esiste nell'Alfabeto Fonetico Internazionale sin dalla fine dell'800, anche se (diciamola tutta) l'Accademia della Crusca si è già pronunciata in modo contrario agli asterischi, schwa, etc.

Certo, non è una lettera che cambia il modo di scrivere! L'inclusività non è dettata da una parola, ma dalla forma in cui il concetto è espresso.

 

Il linguaggio social è fortemente influenzato da queste forme. Un copywriter deve fare i conti con le parole che usa, specialmente quando ha a che fare con il SEO (Search Engine Optimization): vien da sé che i motori di ricerca considerino diverse le parole “eletto”, “eletta” e “elettə”, e l'utilizzo di una parola al posto di un'altra può giocare brutti scherzi in termini di volumi di ricerca.

Chiaramente la stessa condizione si ha quando si utilizzano wildcards come “@”, “?”, etc.

Dunque, quanto è conveniente utilizzare forme grafiche diverse dalle normali lettere, ad esempio in termini di ranking?

È possibile trovare forme diverse, che esprimano lo stesso concetto?

La risposta alla domanda precedente, manco a dirlo, è “sì”: occorre utilizzare alcuni trucchetti della lingua italiana, che permettono di rendere forme ambigeneri!

Un esempio?

“Sei invitato alla mia festa di compleanno” è una frase che utilizza il genere maschile: se la analizziamo attentamente, l'invito è per i soli maschi; altrimenti occorrerebbe scrivere “Sei invitata...”. È però possibile rendere lo stesso concetto con la frase “Ho il piacere di invitarti alla mia festa di compleanno”. In questo modo sarà anche possibile usare un tag sulla parola “compleanno”, senza inficiare il genere a cui è rivolta.

A volte non ci si pensa, è vero. Così come a volte non si dà il giusto peso a queste differenze.

Ma l'inclusività nel linguaggio non è solamente l'adattamento al genere più neutro possibile! Un linguaggio si può definire inclusivo quando non esclude e non discrimina nessuno, non solo sulla base del sesso, ma anche sull'etnia, sullo stato sociale, sull'età, sulla disabilità...

Disabilità: parola estremamente delicata!

Abbiamo fatto infinite discussioni sulla necessità di non utilizzare più la parola “negro”: la stessa Wikipedia riporta la frase “Sebbene la sua etimologia e il suo significato originale e tecnico non siano né dispregiativi né volgari, sotto l'influenza di simili termini in tedesco e soprattutto in inglese la parola ha assunto col tempo connotazioni negative anche nella lingua italiana”.

È un esempio, certamente!

Così come è un esempio la parola “handicappato”: la persona che vive una condizione di handicap (cito la Treccani) “ha difficoltà, anche gravi, ad adattarsi all’ambiente circostante, venendo quindi a trovarsi in condizioni di minore validità, o di svantaggio, o addirittura d’ingiusta emarginazione, nella società”. Il sinonimo più utilizzato è “disabile”, anche perché “diversamente abile” presuppone una diversità, che non è certo inclusiva!

In realtà, la persona è “handicappata” nel momento in cui non sono state previste soluzioni che agevolino la persona nello svolgimento di determinate azioni. Una persona vive l'handicap del non avere una gamba quando un bagno non è accessibile alle persone in carrozzina! Una persona vive l'handicap della cecità quando non sono previste soluzioni di lettura dei testi scritti! E potrei continuare all'infinito...

Ma oggi, nel 2024, dopo aver fatto battaglie per avere le scritte “Assessora” o “Sindaca” (sia chiaro: non sto dicendo che siano sbagliate, eh...), perché dobbiamo ancora leggere “handicappato” in un documento ufficiale?

Ma è solo una voce del cedolino paga...

Sì, ed è semplicissima da cambiare! Basterebbe scrivere “Perm. mens. fam. disab. c/INPS”, e già avremmo fatto un passo in avanti!