Io e il Festival…
Proprio ieri sera postavo su Facebook un nuovo stato in risposta ad un amico che mi parlava del tanto chiaccherato Festival di Sanremo, e scrivevo “Geronimo Jerry Carreras è riuscito a non vedere neppure 2 secondi del Bestiaval di Sanscemo!! Che culo!
”…
Le repliche a questo post non sono mancate, ma quello che mi ha stupito di più è che me n’è arrivata una in posta privata (chissà perché poi questi elementi non scrivono mai in pubblico
) tacciandomi di essere un esterofilo adducendo motivazioni poco credibili sulla mia poca simpatia verso il vincitore, sardo quanto me, Valerio Scanu.
Nel mio blog di solito scrivo su argomenti un po’ più seri, ma è anche vero che ogni tanto qualche frivolezza non guasta, e per questo rispondo dalle pagine del mio muro, replicate in automatico anche sul social network del momento.
Premetto che contro Valerio Scanu non ho assolutamente alcunché, anzi… sono contento che abbia vinto un sardo! Ma che si sia perso il vero significato di questa manifestazione, a mio giudizio, è fuor di dubbio. Non discuto delle capacità canore di Valerio Scanu perché non è questo il significato del mio intervento, discuto più che altro sulla storpiatura di una storica manifestazione musico-canora che da sessant’anni ha caratterizzato la storia d’Italia.
Senza perdersi nelle ricerche di storia radiofonica e televisiva, è bene ricordare che il Festival di Sanremo (più correttamente il Festival della Canzone Italiana di Sanremo) è nato nel lontano 1951, anche se alcune fonti radiofoniche lo fanno risalire a diversi anni prima. In quella prima data il Festival vide come vincitrice una regina della canzone italiana, la “colossale” Nilla Pizzi con la canzone “Grazie dei fiori”, che “casualmente” è stata riproposta anche quest’anno sia come presenza della storica cantante sia come esibizione canora. Vorrà per caso dire che il Festival è legato maggiormente a delle esibizioni artistiche d’un tempo? O forse che quelle attuali sono “meno artistiche” di quelle passate?
Naturalmente le critiche a posteriori sono decisamente più facili rispetto ad un esame contemporaneo della manifestazione, ma non è difficile trarre qualche piccola conclusione analizzando lo strascico di notorietà di alcuni vincitori del Festival di qualche anno fa rispetto a quello creato dagli stessi media per i nuovi “artisti”.
Bisogna fare degli esempi per potersi rendere conto di quanto detto.
1958: Domenico Modugno e Johnny Dorelli vincono con “Nel blu dipinto di blu”, più nota come “Volare”.
22 milioni di copie vendute in tutto il mondo, 107 cantanti diversi che ne hanno ripreso la musica e/o il testo ripubblicando una “cover”… non credo si possa dire altro su un mostro sacro come questo.
Certo, è facile portare come esempio una canzone del genere, troppo semplice come sparare sulla Croce Rossa.
Facciamo un salto nella generazione (musicale) successiva del periodo Anni 60 e 70.
Nel 1970 Adriano Celentano e Claudia Mori vincono con “Chi non lavora non fa l’amore”: credo che non si possa discutere sul molleggiato del Clan (celebre etichetta discografica) che fino a ieri ha dominato i palcoscenico del teatro e del piccolo schermo.
Nel 1980 Toto Cutugno vince con “Solo noi”: un’altra colonna della musica italiana, spesso anche contestato dalla critica, sicuramente ricordato per la sua canzone “L’italiano” arrivata quinta sempre a Sanremo pochi anni dopo.
Nel 1988 Massimo Ranieri vince con “Perdere l’amore”: anche in questo caso è praticamente impossibile discutere sull’artista nonché sulla canzone, riproposta anche in tempi più recenti da Lara Fabian (cantante di “Adagio”, per farla semplice).
L’anno successivo Anna Oxa e Fausto Leali vincono con “Ti lascerò”.
Più vicini nella memoria sono i successi di Giorgia con “Come saprei” (1995), Ron e Tosca con “Vorrei incontrarti fra cent’anni” (1996), sempre Anna Oxa con “Senza pietà” (1999) o anche Elisa con “Luce” nel 2001.
Tutte queste canzoni hanno dominato i palinsesti delle radio e TV, unici binari di viaggio della storia musicale. E anche con l’avvento dello streaming su Internet questi colossi della musica non hanno fatto altro che confermare il loro altissimo indice di gradimento.
Che cosa differenzia questi artisti da Marco Carta o Valerio Scanu?
Probabilmente nulla, a detta di qualcuno. Secondo me tantissimo! È come mettere un carillon come solista nell’orchestra filarmonica di Berlino! Certamente suona, ma…
La differenza sta soprattutto nella produzione dello spettacolo. Sicuramente Marco Carta, che forse potrà ricordare la sua passione per il canto anche quando non era così noto (in sardo si dice no fiada nisciunu) e girava i vari locali di karaoke del capoluogo sardo e del suo hinterland, e Valerio Scanu saranno degli artisti indiscutibili (per ora no, ahimé… la critica li sta ancora forgiando); quello che ormai si è perso è il vero significato del Festival di Sanremo, che si è trasformato nel Festivalbar della rete ammiraglia Rai.
Dal 2004 si è introdotto il voto popolare tramite messaggeria telefonica: per me equivale alla morte del Festival della Canzone Italiana. Ciò significa che i cantanti, ovvero coloro che dovrebbero essere artisti, sono giudicati in funzione del numero di voti che ricevono, attraverso un sistema telematico anche poco trasparente, da una giuria composta da persone che potenzialmente pensano che il bemolle sia il belato leggero della pecora o la chiave di fa sia il nome della ditta del fabbro sotto casa che duplica chiavi!
Battute a parte, mi chiedo come sia possibile pensare di affidare il titolo di Campione del Festival della Canzone Italiana ad un popolo di telespettatori, che come dice la parola stessa sono spettatori e non esperti di musica! Non basta! Bisogna anche aggiungere che il televoto ha un costo: 0,75 € per ogni espressione di preferenza, fino ad un massimo di cinque espressioni…
Tradotto in parole povere, un cretino che sa suonare al massimo il campanello di casa può spendere 3,75 € (poco più di 7.000 vecchie lire) e dire che questo o quello è bravo? È lo stesso sistema di premiazione usato al Grande Fratello o ad Amici!
Francamente da uno spettacolo di tale levatura mi sarei aspettato molto di più.
Così come trovo invece di bassa levatura il commento del direttore artistico Gianmarco Mazza nel criticare il gesto degli orchestrali quando hanno stracciato gli spartiti: forse avevano qualcosa da dire anche loro sul risultato assai poco artistico e molto popolare??
Ecco che Sanremo è diventato dunque il rimestaggio dei vincitori di Amici e X-Factor, nulla a che vedere con il Festival della Canzone Italiana.