8 marzo: la festa della gonna?
L’anno scorso ho proposto questo “pezzo” per cercare di sfatare la solita filastrocca della Festa della Donna… credo che sia il caso di riproporlo anche quest’anno!
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8 marzo 2012. Da calendario, san Giovanni di Dio… come l’ospedale cagliaritano! Sfogliando fra i vari santi e beati del giorno trovo un ricco elenco di nomi improbabili come Botmaele o Teofilatto, Unfrido o Veremondo, ma nella ricca lista di persone che sono riconosciute degne di lode e menzione particolare da Santa Romana Chiesa purtroppo non trovo un nome femminile, o pseudotale dati i risultati ottenuti dalla povera ricerca effettuata.
Il titolo di questo mio intervento, ovviamente e volutamente provocatorio, la dice lunga sulle consuetudini ormai radicate negli usi e costumi moderni. Del vero significato di questa ricorrenza si è perso anche il lume originario, lasciando però spazio alle proposte meramente commerciali che inondano ogni istante delle giornate antecedenti questa data. Si va dalle proposte di menù alternativi nei ristoranti più titolati delle città agli spettacoli riservati alle sole gonne (altra provocazione palese) dove sarà possibile assistere al classico ed inflazionato strip tease maschile. Poveri maschietti: una volta si usava infilare nei boxer qualche banconota, come provocazione in antitesi al gesto maschile di pagare una donna per delle prestazioni… ora con la crisi economica che ci attanaglia, rischiano di avere davvero qualche centesimo fra le palle! (Scusando la poca finezza, ma ora ci stava tutta).
Un ricordo di qualche anno fa mi porta alla mente una serata di animazione musicale che avevo proposto in un noto locale cagliaritano, assieme al mio fidato compagno di avventura artistica (e non solo) Daniele, in arte “Demo”… che a dirla tutta è pure un bel ragazzo! Tralasciando ogni possibile facile battuta, posso garantire che il giorno “l’ho visto male”, letteralmente sbranato da famelici esseri di sesso femminile (definirle “donne” è un’offesa per le Donne vere), che gli hanno inciso sulla pelle nomi e numeri di telefono. So che sembra una battuta di pessimo gusto, ma è una pura realtà dei fatti, senza alcuna distorsione di quanto è successo. E a suggello della veridicità di quanto avvenne, l’amico Filippo (noto il geometra) fu dotato di una macchina fotografica che riprese quasi ogni attimo della serata, finché anche lui non fu messo all’angolo, anche in questo caso nel vero senso del termine! Facciamo che io me la son scampata perché non sono bello come loro…
Logicamente queste sono situazioni paradossali, non stento a credere che ci siano Donne in primis e persone in seconda istanza veramente convinte che l’otto marzo debba essere un ricordo storico, a memoria di un periodo di lotte e di conquiste sociali delle donne iniziato fin dai primi momenti del secolo scorso.
Le parodie di questa celebrazione riportano anche un verosimile racconto di un evento che avrebbe dato origine alla tradizione, ovvero il tanto nominato rogo di una fabbrica di camicie a New York. Ad onor del vero la storia non riporta alcun rogo dell’otto marzo a New York, ancor di meno di una fabbrica tessile che addirittura si sarebbe chiamata “Cotton”, dal termine inglese che traduce la nostra parola “cotone”. Si fa una grande confusione con alcuni eventi del XIX e XX secolo: nel lontano 1857 ci furono diverse manifestazioni dove furono presenti anche delle donne (assai arduo per il periodo), ed il 25 marzo 1911 ci fu l’incendio della Triangle Factory, dove realmente morirono 146 operai, gran parte dei quali erano emigrate italiane ed ebree dell’oriente europeo.
Seppure in data differente, il dettato storico però non cambia significato: la Shirtwaist, ovvero il nome con il quale era conosciuta la fabbrica e che diede anche il nome alle tipiche camicette del periodo, fu la fabbrica dove due anni prima nacque come protesta spontanea quello sciopero conosciuto come la rivolta delle ventimila, ed in quell’occasione fu proposto un patto sindacale dalla International Ladies’ Garment Workers’ Union dopo ben quattro mesi di agitazione. Inutile dire che la Triangle Shirtwaist Company non accettò. Le condizioni di lavoro degli operai ma soprattutto delle operaie, erano massacranti: 14 ore di lavoro per 72 ore a settimana, con uno stipendo che si aggirava fra i 6 o 7 dollari. Per gli amanti dell’anglofonia è assai toccante leggere in lingua inglese la testimonianza di una delle operaie:
“My own wages when I got to the Triangle Shirtwaist Company was a dollar and a half a week. And by the time I left during the shirtwaist workers strike in 1909 I had worked myself up to six dollars… The operators, their average wage, as I recall – because two of my sisters worked there – they averaged around six, seven dollars a week. If you were very fast – because they worked piece work – if you were very fast and nothing happened to your machine, no breakage or anything, you could make around ten dollars a week…”
Lo traduco a braccio, il mio inglese non è proprio dei migliori…
“Il mio salario quando sono stata alla Triangle Shirtwaist Company è stato un dollaro e mezzo a settimana. E nel tempo che lavorai alla Shirtwaist, dopo lo sciopero dei lavoratori nel 1909, ho lavorato io stessa fino ad arrivare a sei dollari … Gli operatori, il loro salario medio, per come ricordo – perché due delle mie sorelle lavoravano lì – era intorno ai sei, sette dollari a settimana. Se eri molto veloce – perché lavoravano a cottimo – se eri molto veloce e non è successo niente alla macchina, nessuna rottura o qualsiasi cosa, si poteva arrivare a una decina di dollari a settimana…”.
La paura che i lavoratori e le lavoratrici rubassero o facessero soste troppo lunghe aveva portato i proprietari della fabbrica a chiudere a chiave gli operai. Il fatidico 25 marzo 1911 fu il giorno dell’incendio: i proprietari si misero in salvo, lasciando morire le proprie maestranze chiuse a chiave all’interno della fabbrica, che si trovava ngli ultimi tre piani del The Asch Building, all’angolo fra Greene Street e Washington Place. 62 delle vittime morirono nel disperato tentativo di salvarsi lanciandosi nel vuoto dalle finestre dello stabile, non essendoci altre vie di fuga… questa scena mi ricorda le immagini dolorose delle persone che furono colpite dall’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001, quando anch’esse (da altezze assai più notevoli) si lanciarono nel vuoto alla disperata ricerca di uno spiraglio di probabilità di vita.
L’escursus storico serve fondamentalmente a dare il giusto peso e valore all’accaduto. La storia di questo rogo è disponibile anche su un sito interamente dedicato all’evento: http://www.ilr.cornell.edu/trianglefire
A parte la sensazione estremamente disarmante che si prova nel leggere l’elenco delle vittime, dove è facilissimo ritrovare nomi di persone italiane, è assai significativo imprimere il giusto valore a questa tragedia: non fu l’origine del movimento di difesa dei diritti delle donne, purtroppo fu uno dei tanti risultati di soprusi e angherie, o per dirlo più semplicemente, di violenze ai danni delle donne.
Forse l’origine storica di questa data è da collocare nell’8 marzo 1917, quando un folto numero di donne guidò una manifestazione nella capitale russa a rivendicazione della fine della guerra. Solo nel 1921 la II conferenza internazionale delle donne comuniste sancì tale data come la “Giornata internazionale dell’operaia”.
Tralasciando gli aspetti prettamente politici e relegandoli alla storia del passato, l’otto marzo dovrebbe essere una giornata a valenza internazionale, quantomeno con un peso simile alla “giornata della memoria”, saggiamente istituita a ricordo delle vittime delle foibe. Se il 10 febbraio dobbiamo ricordare quelle scelleratezze inferte nel periodo della Seconda Guerra Mondiale affinché non si ripetano più simili crimini, perché l’8 marzo non dobbiamo evidenziare la stupidità umana che vede ancora nel 2010 episodi di violenza contro le donne con motivazioni degne di soli reparti psichiatrici?
E’ altresì interessante dare uno sguardo al sito della Giornata Internazionale della Donna (http://www.internationalwomensday.com/), dove è possibile reperire (in lingua inglese) molte informazioni sugli eventi nel mondo che caratterizzano questa giornata.
Ciò che trovo ancor più sconcertante è che di Donne se ne parla poco, e quel poco che si dice è pieno di ca..stronerie! Perché si parla più facilmente di escort anziché di Pari Opportunità? Perché il ruolo della donna nella società è ancora mediato da una rifrazione sessuale che nulla ha a che vedere con la persona?
Il mio intervento non può dilungarsi oltre per non rischiare di essere troppo noioso, ma vorrei che le domande appena poste fossero lo spunto della riflessione che ognuno di noi, essere pensante e dotato di ratio propria, può e deve condurre, maschio o femmina che sia.
Buon otto marzo, a tutti.
Grazie per aver chiarito l’origine di questa festa, sai molte di noi non la conoscono anche perchè fa molta più presa la storia della tragedia piuttosto che quella della presa di coscienza…….grazie ancora.